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    October 27

    Non abbiate paura, Gesù non vi abbandonerà mai!

      
    September 03

    Il futuro dei miei

    di Alessandro Ghebreigziabiher*

    in “Cem-mondialità” del novembre 2008

     

    Su una nave. In mare. Da qualche parte.

    «Zio Amadou?». «Sì?». «Mi Senti?». «Sì che ti sento...». «Ma non mi guardi».

    L'uomo si volta verso il nipote. Il ragazzino, poco più di sei anni, lo osserva dubbioso, tuttavia si fida e riattacca: «Zio, tu conosci bene l'italiano?». «Certo, sono stato già due volte in Italia».

    «Conosci tutte le parole?». «Sicuro Ousmane».

    Il nipote si guarda in giro come se avesse timore di essere sentito da altri, e arriva al sodo: «Cosa vuol dire extracomunitario?».

    L'uomo, alto e magro, sui trent'anni ha la barba che gliene aggiunge almeno una decina. Non appena sente l'ultima parola del bambino, si gira e fissa i propri occhi nei suoi. Trascorre un breve istante che sembra un'eternità in un viaggio in cui è in gioco la vita.

    «Extracomunitario dici?» ripete sorridendo lo zio Amadou: «è una bellissima parola. I comunitari sono quelli che vivono tutti nella stessa comunità, come gli italiani, extracomunitario è qualcuno che viene da lontano a portare qualcosa in più».

    «E questo qualcosa in più è una cosa bella?». «Certamente!» - esclama Amadou - «Tu ed io, una volta giunti in Italia, diventeremo extracomunitari. lo sono così così, ma tu sei di sicuro una persona bella, bellissima».

    L'uomo riprende a far correre lo sguardo sulla superficie dell'acqua, ma Ousmane gli chiede ancora:

    «Cosa vuoi dire immigrato?». Lo zio risponde subito: «Immigrato è una parola ancora più bella di extracomunitario. Devi sapere che, quando noi extracomunitari arriveremo in Italia e incominceremo a vivere lì, diventeremo degli immigrati». «Anch'io?». «Sì, anche tu. Un bambino immigrato. Sei anche extracomunitario, cioè qualcuno che porta alla comunità qualcosa di più bello, tutti gli italiani ci diranno grazie, cioè ci saranno grati. Da cui, immi-grati. Chiaro?».

    «Chiaro zio. Prima extracomunitari e poi immigrati». «Bravo» approva soddisfatto Amadou e ritorna a guardare il mare.

    Poco dopo il bambino richiama ancora la sua attenzione. «Zio...». «Sì?» fa l'uomo voltandosi paziente per l'ennesima volta. «E cosa vuol dire clandestino?».

    Questa volta Amadou compie un enorme sforzo per sorridere e gli dice: «Clandestino. Sai questa è la parola più importante. Noi extracomunitari, prima di diventare immigrati, siamo dei clandestini. I comunitari che incontrerai molto probabilmente ancora non lo sanno che tu hai qualcosa in più di bello e qualcuno di loro potrà insinuare il contrario. Tu non credere a queste persone. Per quante persone possano negarlo tu sei qualcosa di più bello e lo sai perché? Perché tu sei un clan-destino.

    Tu sei il destino del tuo clan, cioè della tua famiglia. Tu sei il futuro».

    Amadou riprende ad osservare il mare. Ousmane finalmente si volta a guardare le onde. Il suo sguardo punta verso l'orizzonte: «Sono il futuro dei miei» pensa il bambino con orgoglio e commozione.

    Chi può essere così ingenuo da pensare di poterlo fermare?

     

    *ALESSANDRO GHEBREIGZIABIHER, scrittore e narratore teatrale, è nato a Napoli nel 1968 e attualmente vive a Roma. Tra le opere pubblicate, Tramonto (Lapis Edizioni, 2002), Mondo giovane (La Ginestra Editrice, 2006), Il poeta, il santo e il navigatore (Fermento Editore, 2006), Lo scrigno cosmopolita (La Ginestra Editrice, 2007), Tra la terra e l'acqua (Zampanera Editore, 2008) e L'intervallo (Intermezzi Editore, 2008). Dal 2003 è possibile leggere alcuni suoi testi sulla rivista Carta e dal 2008 scrive di teatro per conto della società Nanopublishing di Londra. Nel 2005 ha ideato il Laboratorio interculturale di narrazione teatrale e dal 2006 è il direttore artistico della Rassegna di narrazione teatrale Il dono della diversità.

    July 15

    Il Papa e la Caritas in veritate

    Van Thuan Observatory 2009-07-15

    Newsletter n. 233

    15 luglio 2009

     

    IL PAPA SA DOVE ANDARE

    Nel numero che esce domani 16 luglio 2009, il settimanale "Tempi" pubblicherà un articolo di Mons. Giampaolo Crepaldi, presidente del nostro Osservatorio, sulla Caritas in veritate dal titolo "Il Papa sa dove andare". L´articolo di Mons.Crepaldi è molto rilevante, in quanto entra nel cuore dell´enciclica, riflettendo soprattutto sullo sguardo con cui essa propone di guardare la realtà. 

    Anticipiamo qui sotto per i nostri iscritti l´articolo, anche in traduzione inglese.

     

    di Mons. Giampaolo Crepaldi,

    La Caritas in veritate è destinata a parlarci a lungo ed a lungo noi dovremo parlare  di essa. Dopo circa venti anni dalla Centesimus annus di Giovanni Paolo II, la Chiesa riprende ancora in mano il bandolo della matassa della costruzione del mondo e trasforma la questione sociale nientemeno che nella questione dello “sviluppo umano integrale nella carità e nella verità”. Così facendo la Dottrina sociale della Chiesa viene collocata laddove Chiesa e mondo si incontrano. Il paragrafo 34 dell’enciclica dice con chiarezza che dopo il peccato il mondo non sa costruirsi da solo. La Dottrina sociale, come diceva Giovanni Paolo II, è strumento di salvezza perché è annuncio di Cristo nelle realtà temporali. La Caritas in veritate ribadisce la “pretesa” cristiana: senza di me non potete fare nulla.

    Senza la forza della carità e la luce della verità cristiane l’uomo non è capace di tenersi insieme, perde i propri pezzi, si contraddice, si scompone e si decompone. La pretesa cristiana è che solo Gesù Cristo svela pienamente l’uomo all’uomo e gli permette di “tenersi”, come un tutto. Una lettura della Caritas in veritate da questo punto di vista sarebbe molto interessante. Destra e sinistra, conservazione e progressismo, capitalismo e anticapitalismo, natura e cultura … queste ed altre separazioni e riduzioni vengono completamente sorvolate: la realtà è più di esse e la realtà è data dalla carità e dalla verità. Si pensi alla più frequente delle scomposizioni ideologiche: la separazione dei temi della vita e della famiglia da quelli della giustizia sociale e della pace. Separazione evidentissima, per esempio, nel riduzionismo ecologista o nello sviluppo dei popoli poveri collegato con l’aborto o la pianificazione riproduttiva forzata. L’enciclica dice che tutto ciò va “tenuto insieme”. Si pensi alla frequente interpretazione dello sviluppo solo in termini quantitativi, a fronte di altre cause – qualitative – sia del sottosviluppo che del supersviluppo. L’ideologia della tecnica è il nuovo assolutismo (si veda il capitolo VI) perché separa: se tutti i problemi della persona umana si  riducono a problemi psicologici risolvibili da tecnici “esperti” si finisce per non sapere nemmeno più cosa si intenda per sviluppo. L’uomo è unità di corpo e anima. La Caritas in veritate riconsegna allo spirito e alla vita eterna il loro posto nella  costruzione della città terrena.

    La pretesa cristiana è di riuscire a tenere insieme il tutto. Ma è anche quella di rispondere ad un bisogno, meglio ad una attesa. Anche questo secondo aspetto della pretesa cristiana c’è tutto nella Caritas in veritate. Senza negare i diversi livelli di verità e di competenza, e quindi senza negare anche i propri limiti, la Chiesa sa di annunciare la Parola definitiva e che questa Parola non si aggiunge dall’esterno come un’opinione, ma pretende di essere la risposta alle attese umane. Dio ha così il suo posto nel mondo e la Chiesa un suo “diritto di cittadinanza” . Che Dio abbia un posto nel mondo richiede che il mondo ne abbia bisogno anche per essere mondo, ossia per  conseguire i suoi fini naturali, viceversa Dio è superfluo. Utile, magari, ma non indispensabile. Se Dio è solo utile allora il cristianesimo è solo etica. Se, invece, Dio è indispensabile allora la fede purifica la ragione e la carità purifica la giustizia. Purifica significa che le rende effettivamente ragione ed effettivamente carità. Come dire che senza la fede la ragione non riesce ad essere ragione e senza la carità la giustizia non riesce ad essere giustizia.

    Non si comprenderà a fondo la Caritas in veritate se ci si soffermerà solo sui singoli capitoli tematici, senza tenere in conto la visione generale. Il tema vero dell’enciclica è il posto di Dio nel mondo.  Per questo la Caritas in veritate è anche un bilancio politico e sociale della modernità e dei danni al vero sviluppo provocati dalla incapacità di cogliere ciò che non sia prodotto da noi. Il paragrafo 34 è tra i più belli – e più importanti - dell’enciclica in quanto parla della “stupefacente esperienza del dono”. La modernità, nella sua versione emergente, elimina la possibilità stessa di “ricevere” e di “accogliere” qualcosa di veramente nuovo e che “irrompe” nella nostra vita. Impedisce di cogliere la carità e l’amore che sono sempre quanto non si può prevedere e produrre. Toglie quindi a Dio il suo posto nel mondo, perché Dio è Carità e Amore. Toglie la possibilità di riconoscersi come  “fratelli”, perché la vicinanza si può produrre – dice l’enciclica – ma la fraternità no. Qualcuno ha osservato che nell’enciclica si parla più di fraternità che di solidarietà. E’ vero. Non però per eliminare il termine solidarietà, ma per chiarirlo meglio alla luce della fede  cristiana. La fraternità richiede un unico Padre e non può essere che un dono. La solidarietà corre il rischio del solidarismo e quindi della orizzontalità etica. Potremmo dire che la fraternità cristiana purifica la solidarietà umana.

    Che rapporto c’è tra la prospettiva del dono e quella della libertà e della responsabilità? La Caritas in veritate colloca il tema dello sviluppo in questo ultimo ambito, non quello dei meccanismi ma quello della responsabilità. Questa non nasce da quanto produciamo noi, ma dall’accoglienza di doveri indisponibili. Al contrario la libertà sarebbe arbitraria e la responsabilità irresponsabile. Si legga con attenzione il paragrafo 43 sui diritti e sui doveri. Lì la modernità è purificata, ossia liberata da se stessa per essere più autenticamente se stessa. Da una modernità irresponsabile ad una modernità responsabile. Il sottosviluppo è prodotto. Ed è prodotto meno da carenza di risorse e più da carenza di pensiero e di cuore. Il pensiero e il cuore – se non ridotti ad opinione e a sentimento – ci mettono davanti a quanto ci interpella perché non prodotto da noi. Ci indicano il senso vero dello sviluppo da assumere liberamente e responsabilmente, senza affidarne la realizzazioni solo a  burocrazie o a meccanismi.

    La grandezza della Caritas in veritate sta nel suo respiro. Senza Dio, si legge nella Conclusione, l’uomo non sa dove andare e non sa nemmeno chi egli sia. Senza Dio l’economia è solo economia, la natura è solo un deposito di materiale, la famiglia solo un contratto, la vita solo una produzione di laboratorio, l’amore solo chimica e lo sviluppo solo una crescita. L’uomo ondeggia tra natura e cultura, ora intendendosi solo come natura ora solo cultura, senza vedere che la cultura è la vocazione della natura, ossia il compimento non arbitrario di quanto essa già attendeva.

    July 06

    Un'estate... d'ascolto

    […] quant'è divinamente meraviglioso che come il Padre nella Trinità chiama Figlio il Verbo, così Maria chiami Figlio il Verbo incarnato.

    Ora penso che non sia sbagliato dire che Gesù in mezzo a noi è figlio del nostro amore reciproco, quindi di noi, perché così è.

    Non aveva detto un giorno Gesù che chi fa la volontà di Dio è suo fratello, sorella e madre? (cf Mt 12,47).

    Possiamo, dunque, anche noi essere, in qualche modo, sua madre.

    Ma ad un patto però: che ci amiamo come si deve.

    [...]   non vuol dire limitarsi ad "essere pronto a dare la vita" per il fratello, ma essere pronti a "morire" sul serio, a "non essere" per essere, per essere amore […]

    La gente, in questo mondo tumultuoso, disturbato da tanti rumori, da tanti suoni, da tante chiacchiere, ha bisogno di essere ascoltata, che significa amata sul serio.

    Perfezioniamo allora, nei prossimi mesi, quest'atteggiamento di sapore così mariano: l’ascolto.

     

    (Chiara Lubich, 17 giugno 1999)

    June 09

    Il senso della terra...

    Ansa del 7 giugno 2009 - ROMA -

    Un sacerdote italiano che da anni si batte a fianco degli indios dell'Amazzonia e contro la deforestazione sarà processato la prossima settimana in Perù con l'accusa di istigazione alla rivolta, e rischia l'espulsione dal Paese per aver aiutato gli indios ad opporsi allo sfruttamento dei loro territori. L'accusa potrebbe anche essere estesa al reato di terrorismo e contro di lui pesano anche minacce di morte. Padre Mario Bartolini, 70 anni [ultimo a dx., nella foto], nato ad Ascoli Piceno, vive in Amazzonia da 31 anni. Regge la parrocchia di Barranquita, un villaggio senza luce elettrica, ed ha la residenza in Perù, pur avendo conservato la cittadinanza italiana. Sacerdote passionista e missionario, è diventato una figura carismatica per i nativi grazie ad una piccola emittente radio, la "Voz de Cainarachi" dalla quale ha invitato la popolazione della foresta ad opporsi allo sfruttamento voluto dal governo di Lima, una battaglia di resistenza sfociata nella strage di indios e poliziotti avvenuta nei giorni scorsi a Bagua, e non ancora del tutto spenta. Un movimento - assicura padre Mario - del tutto pacifico, contrariamente a quanto sostenuto dal governo.

    Padre Bartolini è stato più volte denunciato e minacciato di morte per aver ostacolato i piani del gruppo Romero, multinazionale del biodiesel che agisce sul territorio della sua parrocchia. Taglia la foresta vergine e mette piante oleose, contribuendo alla distruzione dell'Amazzonia, già colpita da un crescente inquinamento con gravi conseguenze - ha denunciato il sacerdote - sulla salute della popolazione, soprattutto dei bambini. "La chiesa cattolica è con me, anche le gerarchie sono vicine ai poveri", fa sapere padre Mario da Baranquita, "ma ora la parola spetta al governo peruviano". E a quanti, anche a livello internazionale, potranno contribuire a spingerlo a ritirare i decreti e a lasciare agli indios le loro terre.

     

    Aggiornamento: http://www.cnrmedia.com/cronaca/newsid/3736/il-padre-degli-indios-vittoria.aspx

    May 23

    ...la speranza non può essere vissuta in solitudine

     Caro amico,
    tu mi dici, come si fa ad avere speranza in tempi come questo? Tempi di guerra, di terrore, letteralmente, di opposti fondamentalismi, di razzismi, di lavoro e sentimenti precari, di diseguaglianze e ingiustizie? Come si fa a sperare e chi continua, spes contra spem, a sperare? E soprattutto, cosa spera la gente?
    Beh, ti dovessi dire…io non sono così pessimista. In realtà c’è più gente che spera di quanto non si creda. D’altra parte io sono della scuola di Francois Varillon: la speranza è un istinto genetico, costitutivo, dell’uomo. La speranza di cambiare vita, la speranza di un diverso orizzonte, la speranza, magari anche solo il sogno, di uscire dal tunnel dell’oppressione, della servitù, della depressione, della miseria, la speranza di una vita oltre la vita, la speranza di una nuova scoperta, la speranza di conoscere il mistero della vita… La ragione è alla radice della speranza. Perché? Non potrebbe apparire il contrario? No la disperazione è il rifiuto di affrontare con la ragione il problema del senso ultimo della vita, del senso della storia, rimanendo prigionieri, in modo irrazionale ed emotivo, dei dati immediati, duri e oscuri, dell’esistenza e dell’ingiustizia, del mistero del male, del dolore, della morte, dell’insensatezza delle crudeltà, della violenza….
    Se vuoi la speranza è la risposta alla disperazione, la risposta al senso del limite, della finitezza, è, come dire, una pretesa della ragione di cercare di intuire il senso della vita oltre l’insensatezza apparente, la ricerca del sentiero per dare una spiegazione al desiderio ed ai momenti di felicità, di gioia, all’amore, all’amicizia, alla solidarietà, di riconoscere l’esigenza insopprimibile di un oltre, di un Altro, l’istinto, dell’eterno, del divino, dell’infinito.
    E’ un po’ come definire il nostro tempo secolarizzato, un po’ come parlare di eclissi del sacro. Mai visto un’epoca più intrisa di sacro, di deificazione, di sacralizzazione, di tante banalità: dalle identità etniche al libero mercato, dalle etnie alla ricchezza, dal sesso al diritto di proprietà privata, dal tifo sportivo al look all’apparenza, dall’avere all’apparire, dal successo agli status symbol, per non parlare delle sette religiose, del recupero delle radici religiose in funzione culturale, identitaria di “civiltà contro” sino a tutte le liturgie laiche e tutti i templi profani: la borsa, le banche, i centri commerciali, gli outlet, i cosiddetti “eventi” musicali o televisivi, sportivi o politici, persino le piste ciclabili e i mercatini etnici…
    Il problema, hai ragione tu, è piuttosto capire cosa, oggi, in queste ore, in questi mesi, in questi anni, sperano gli uomini e le donne, i giovani, i ragazzi, gli anziani.
    Cosa spera l’umanità che è prigioniera degli orizzonti precari della vita, dal lavoro precario alla precarietà e alla frammentazione degli affetti, dei legami profondi, dell’idea stessa di patto, alleanza, amicizia, amore, e persino alla precarizzazione delle stesse convinzioni etiche e politiche? Cosa sperano i prigionieri delle liturgie secolarizzate del nostro tempo, nei centri commerciali, negli outlet, nei supermercati, nei mercatini domenicali? Cosa credono che sia la speranza tutte le donne e gli uomini che ritmano la loro vita con la lingua degli spot, con i giochi i serial e i gossip televisivi, con la seduta in palestra e la seduta in pizzeria, la stagione dei saldi e quella delle emozioni collettive (dalla solidarietà via sms, alle grandi paure per gli attentati e alle grandi fiction o alla programmazione cinematografica e televisiva natalizia)….
    Per molti la speranza è un’automobile nuova, è la casa, la prima casa, ma anche la seconda casa, una storia d’amore, una serata di sesso, un contratto di lavoro, il lavoro a tempo indeterminato, una promozione, una comparsata televisiva, una vacanza, una crociera, un colpo di fortuna, un grande successo di denaro o di carriera, il nuovo ipod, un nuovo super dvd, un nuovo frigorifero. Secolarizzate le grandi speranze politiche o rivoluzionarie, ridotta allo stato laicale la speranza cristiana, la speranza diffusa di molti occidentali è quella di fuggire dall’angoscia, dai grandi interrogativi sulla vita e sulla morte, o dalla precarietà con supplementi di gratificazioni materialiste ravvicinate, con piccole attese di felicità istantanea. Il nostro è tempo di liofilizzati e non di obiettivi differiti, di progetti da costruire, e da condividere.
    Questo è vero. Ma io non credo all’eclissi della speranza. Tu mi avverti: attento, non mi replicare con le solite dosi di buonismo retorico, di falso perbenismo, di speranzismo cattolico da omelia o documento ecclesiale, o di ottimismo laico della volontà…Ebbene hai ancora ragione. Cercherò di dirti la mia evitando i luoghi comuni melassati. Il vero rischio di oggi è la non speranza. Su questo sono d’accordo. Ma la non speranza è il non cristianesimo. Perché la speranza cristiana, che non necessariamente coincide con la conversione del mondo e il trionfo del bene sul male sulla terra, è il fondamento escatologico del cristianesimo. E senza fondamento escatologico non esiste né esperienza di fede, né trascendenza. I cattolici pessimisti, come i cattolici musoni o i cristiani moralisti, sono una bestemmia vivente. Inutile che ti ricordi ancora una volta il poema di Charles Péguy, Il portico della seconda virtù, quando si sbilancia: “la virtù che amo di più, dice il Signore, è la speranza”.
    Per i cristiani, insomma, il limite invalicabile resta la concezione autentica e non sdolcinata della speranza cristiana: la tensione escatologica che ridimensiona ogni illusione e ogni progetto umano.
    Tutto questo neo-cristianesimo senza Parola, senza Vangelo, ridotto – come ci siamo detti tante volte ma giova pur sempre ripeterlo - ad identità culturale, addirittura ad identità geopolitica, questo cristianesimo senza stranieri, senza samaritani e samaritane, senza prostitute, senza pubblicani e senza Zaccheo, senza adultere e senza poveri, dunque senza speranza, senza riscatto, senza giustizia, senza eguaglianza, senza fraternità, senza libertà – quella vera, quella del grido degli schiavi: Freedom, Freedom over me, non quella dei neo liberisti che vogliono liberarsi solo dalle regole, dalle costituzioni scritte, dall’indipendenza ed autonomia dei poteri – tutto questo cristianesimo dei valori proclamati e non vissuti, dei valori “ideologici” e non biblici, dei valori conservatori, ebbene questo cristianesimo post-cristiano e senza speranza è il vero problema.
    La lezione dei martiri e dei profeti ci porta a una necessaria, non rinviabile scelta di campo: la strada della felicità, quella dell’avventura cristiana. La Croce è il segno eterno, nella storia ma oltre la storia, nel tempo ma oltre il tempo e lo spazio, che il Dio della nostra esperienza di fede non è il Dio del potere, della potenza, del dominio, ma il Dio Amore della apparente sconfitta nella storia, nel tempo, il Dio crocifisso.
    Per questo noi non dobbiamo avere paura della depressione, dei momenti di bassa in cui vediamo tutto nero, dal piano personale a quello politico. La disperazione è parte della condizione umana: ce lo insegna anche una delle più intense espressioni musicali, il blues. Se non attraversassimo momenti cupi saremmo perfetti, cioè non saremmo umani, perché la nostra è condizione di finitudine e di limite. Solo avvertendo tutto l’abisso, e tuttavia tutti i raggi di luce, tutto il dolore ma anche tutte le energie di allegria, innamoramento, estasi, della nostra esperienza carnale e dunque storica, possiamo credere – e possiamo farlo con la ragione, con l’intelligenza razionale – in un riscatto, nella redenzione, della chiamata ad una Città Futura pienezza dei tempi, speranza compiuta finalmente, perciò pienezza di umanità, anzi di divino-umanità. Se Dio è Amore la speranza non può essere vissuta in solitudine. Se Dio è Amore la sua conoscenza, diventare intimi di Dio, vivere con Dio, essere intimi di un Amore che rende liberi, che suscita e crea libertà, vuol dire cercare, anzitutto, di nutrirmi di questo amore infinito che rende liberi in modo assoluto, totale, e già ora. E’ una convinzione profonda maturata nella mia esperienza di vita, nel mio viaggiare, nel mio leggere, nella mia strada, che dalla ragione porta alla fede, ad una fede liberante, appagante, fondamento di piacere, non di dovere.
    Croce e Resurrezione sono l’inizio di un percorso di trasfigurazione che siamo chiamati a percorrere, credendoci e sperandoci. Questa è l’eredità, la lezione che ci è stata data. E se riusciamo a metterci su questa strada non con condizioni particolari di privilegio, ma dovendo fare i conti quotidiani con il lavoro, con i pannolini da cambiare, con figli da tirar su, avremo incarnato la speranza che condividiamo con tanti altri.

    Paolo Giuntella

    (dall'Osservatore Romano, a un anno dalla nascita al Cielo di Paolo)

    May 14

    Hai un Amico...

     
    April 24

    La bellezza del Vangelo vissuto in Africa

    Effathà è un sogno nato fondamentalmente da un disagio.

    Ogni qualvolta predichiamo ciò che non viviamo concretamente ci sentiamo un po’ ipocriti. Vale per tutti, anche per noi del St. Martin.

    Dire che il povero è una risorsa, porlo al centro della comunità, chiedere ad una famiglia di accogliere un bimbo di strada o un orfano e magari essere ringraziati perché quel bimbo, quel malato di aids o quel disabile ha cambiato loro la vita…beh non è facile, ci si vergogna un po’ in quanto non abbiamo fatto molto se non facilitare un processo e seguire la nostra filosofia, ma alla fine quel “povero” non rimane con noi, non siamo noi a doverlo accudire, pulire, nutrire, educare quotidianamente! Se da un lato ci faceva sentire bravi e fiduciosi rispetto alla strada intrapresa dall’altro ci pungolava come un tarlo e così abbiamo iniziato a chiederci come è possibile insistere con le comunità di porre al centro il povero e non farlo noi stessi? Se realmente pensiamo sia una risorsa perché non è parte concreta del quotidiano del St. Martin?

    Così fin dal 2002 si è iniziato a porre le basi per quella che oggi è la comunità di Effatha. L’esperienza delle comunità dell’Arca fondate da Jean Vanier e presenti in tutti i continenti è stata la nostra ispirazione e guida. Luoghi ove persone disabili e non disabili decidono di condividere la quotidianità fatta di servizio, lavoro, accoglienza e preghiera.

    È stato innanzi tutto un lavoro di formazione che ha seguito due strade: i libri di Jean Vanier che abbiamo letto e usato come materiale di riflessione durante i vari ritiri organizzati e offrendo esperienze residenziali di una o piu’ settimane allo staff del St. Martin presso comunità dell’Arca in Uganda specialmente, ma anche in Francia e in Bangladesh. Questi due percorsi hanno fatto nascere il desiderio in alcuni di iniziare una comunità anche qui a Nyahururu. Così  il sogno pian piano ha iniziato a prendere forma nel luglio del 2007 con la formazione di un comitato che con pazienza e costanza ha iniziato a “lavorare” per la sua concreta realizzazione coinvolgendo anche alcuni amici italiani che hanno appoggiato entusiasticamente questa iniziativa e sostenuto finanziariamente la costruzione degli ambienti.

    Mentre crescevano le mura il comitato lavorava per dare contenuto al tutto. Si sono formati dei sotto comitati che hanno seguito nello specifico la scelta dei disabili, i lavori della struttura, le norme assicurative/legislative e la sensibilizzazione della comunità.

    Scegliere 4 disabili su più di 1500 non è stato facile, come anche spiegare nelle varie comunità che cos’è Effathà. È stato un lavoro lungo e faticoso, ma fatto con serietà e onestà che è sfociato nella grande festa dell’11 gennaio 2009 quando 6 colleghi del St. Martin (Rachael, Margaret, don Gabriele, Wanjohi, Kariuki e Mark) hanno accolto ed iniziato a vivere insieme a 4 fratelli disabili (Musaa, Munyua, Susan e Paul) dando inizio a questa nuova avventura.

     

    Effathà” è una parola biblica, che significa “apriti”!

    È l’invito rivolto da Gesù al sordomuto nel Vangelo, ed è stata scelta come nome della Casa sulla base della convinzione che abbiamo tutti un gran bisogno di aprire il nostro cuore alla ricchezza nascosta nel cuore dei più deboli.

    Ma Gesù dice: apriti! anche a ciascuno di noi. Non restare chiuso nella tua crisalide, sei molto di più di quello che fai vedere, riconosci le tue debolezze e sii il tuo miracolo!

    “Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo e’ debole per confondere i forti” (1 Cor 1, 27). Chi meglio dei disabili può confonderci e squassare tutte le nostre sicurezze?

    Questo è ciò che sogniamo possa diventare Effathà per la comunità di Nyahururu: un luogo di formazione permanente dei cuori.

    Noi siamo fermamente convinti che Dio ci chiama a creare luoghi d’amore dove la relazione con l’altro sia la peculiarità e il riconoscere le nostre debolezze sia più importante dell’essere riconosciuti in quanto “capaci di”. 

    È nostra convinzione che mai come oggi ci sia bisogno di luoghi ove poter crescere spiritualmente ancor prima che intellettualmente. Per questo la casa offre la possibilità a tutti e specialmente ai giovani di poter fare un’esperienza di servizio e preghiera e i 4 “professori” (Munyua, Susan, Paul e Musaa) con il loro esempio insegnano ad amare senza aspettarsi nulla in cambio, a non giudicare nessuno a seconda del vestito, del titolo o altri stereotipi ma andando fiduciosi incontro all’altro sicuri che si prenderà cura di noi.

    Munyua saluta sempre tutti almeno due volte, così come Musaa sorride a tutti indistintamente o Susan allunga la mano alla persona che è vicino a lei senza tenere in considerazione chi sia… Quante volte noi siamo in grado di fare altrettanto? Quante volte siamo in grado di creare spazi di non giudizio avvicinando l’altro senza preconcetti? Più spesso preferiamo scegliere con cura le persone con cui condividere le nostre storie e molte volte gioire per le gioie altrui ci è difficile. Effathà aiuta a sviluppare un cuore aperto ad amare.

    In questi due mesi già 4 giovani di Nyahururu sono venuti a passare due settimane di servizio e preghiera. Uno di loro ha deciso di fermarsi per un anno.

    Altra speranza che poniamo in questa esperienza è che possa diventare un luogo per “sintonizzarsi” con il buon Dio.

    Al mattino e dopo cena ci si ritrova per la preghiera. Si accende una candela, si espone il santissimo e ci si siede sui tappeti. Tra una preghiera e l’altra si intona un mottetto di Taizè, ad un certo punto Susan alza lo sguardo verso Gabriele:

    “Susan” dice gabri “vuoi pregare?”

    Susan china la testa concentrandosi. Dopo un certo tempo rialza la testa sorridendo a Gabriele e il canto riprende….

    L’adorazione è una preghiera semplice che consente a tutti, anche a chi ha un ritardo mentale, di entrare in intimità con il Signore per questo abbiamo scelto questo modo di pregare.

     “Ti benedico o Padre perchè hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate hai piccoli” (Mt 11,25)

    La nostra razionalità di adulti non ci consente di “ciucciare” al seno di Dio senza aspettarsi altro che esserne nutriti, non ci permette di rimanere tra le Sue braccia solo per esserne coccolati come fa un bimbo con la sua mamma. Per questo stando a fianco di chi ha un ritardo mentale ci insegna la semplicità, l’intimità e l’affidamento totale al buon Dio sicuri che si prenderà cura di noi perché ci ama così come siamo.

    Per questo siamo fiduciosi che Effathà possa diventare un luogo privilegiato per entrare in relazione profonda con il Signore e riflettere sulle nostre vite nel silenzio della preghiera o nella condivisione quotidiana con il disabile.

    Infine ciò che desideriamo è che possa diventare un luogo aperto all’incontro e dove celebrare la vita.

    Questa è sicuramente una peculiarità della comunità da quando e’ stata aperta. Infatti, in questi pochi mesi, già più di 500 persone sono passate: chi per un paio d’ore e chi per alcuni giorni. Sono i visitatori del St.Martin, i giovani di Nyahururu, i pastori delle varie chiese protestanti, i sacerdoti delle parrocchie limitrofe e sorelle delle varie congregazioni. L’incontro permette innanzitutto di comprendere meglio cosa sia Effathà, arricchisce reciprocamente i protagonisti dello stesso ed è occasione per far festa assieme.

    Per il futuro sogniamo possa divenire luogo privilegiato per le famiglie con bimbi disabili ove possano sentirsi a casa organizzando training di formazione, ma anche, perché no, gruppi di riflessione rispetto ai vari problemi legati alla disabilità. Per questo è in fase finale di costruzione un dormitorio diviso in due con 10 letti ciascuno e uno spazio dove poter cucinare.

    La prima settimana di Maggio, infine, partiremo anche con il “day care”. L’obiettivo finale è quello di iniziare un laboratorio che possa, tra l’altro, aiutare nelle spese che la casa inevitabilmente richiede. Per ora abbiamo individuato 4 giovani disabili che si uniranno durante il giorno ai 4 residenti. I primi di aprile andremo a visitarli nelle loro case, successivamente faremo una riunione con i loro famigliari e, se Dio vorrà, a maggio inizieremo pian piano a conoscerci e a scoprire cosa poter fare assieme.

     

     

    Munyua ripete spesso, in kikuyu: “io sto qui, appartengo a questo posto”. Ecco cosa sogniamo per Effathà: che tutti coloro che ne verranno in contatto possano sentirsi parte di un cammino e, mettendosi in gioco, scoprire un po’ di se stessi.

     

     

    L’Arche “Effatha’” Kenya

     

    saintmartin@africaonline.co.ke

    March 26

    Libano: la Vergine Maria, simbolo di unità nazionale

    24/03/2009 15:26
    LIBANO
    Libano: festa islamo-cristiana per la Vergine Maria, simbolo di unità nazionale
    In occasione della festa dell’Annunciazione, il governo lancia una giornata di festività comune per cristiani e musulmani. La figura di Maria è venerata da entrambe le fedi. Nella piazza antistante il Museo Nazionale verrà realizzata una statua della Madonna circondata dalla mezzaluna. In futuro l’iniziativa potrebbe estendersi ad altri Paesi.

    Beirut (AsiaNews) – Domani 25 marzo il Libano celebra la prima giornata di “festa islamo-cristiana” nel nome della Vergine Maria. Lo riferisce il quotidiano L’Orient-Le Jour in un articolo a firma di Fady Noun, nel quale si sottolinea che la nuova festività cade, secondo il calendario liturgico cristiano, in concomitanza “con la festa dell’Annunciazione a Maria”.

    “Insieme attorno a Maria, Nostra Signora” è il titolo della festa, la quale avrà un carattere nazionale più che religioso: al momento non è considerata una vacanza, ma potrebbe diventarlo “in un futuro prossimo, e affiancherà le tradizionali celebrazioni per l’Annunciazione”. “Essa – scrive il quotidiano in lingua francese – farà della figura della Vergine Maria, riverita sia nel mondo cristiano che in quello musulmano, un legame di unità fra i libanesi di tutte le religioni”.

    La decisione era attesa da tre anni ed è stata presa all’unanimità lo scorso 13 marzo, durante il Consiglio dei ministri. L’idea di una festa comune fra cristiani e musulmani nel segno della Vergine Maria è scaturita da una proposta dello sceicco Mohammad Nokkari, segretario generale di Dar el-Fatwa, la “Casa del decreto”, in occasione della commemorazione della festa dell’Annunciazione al Collegio di Jamhour. Essa è stata fin dall’inizio caldeggiata dai due co-presidenti per il dialogo islamo-cristiano – MM. Harès Chehab e Mohammad Sammak – e sostenuta dal premier libanese Fouad Siniora.

    Allo stesso tempo i promotori del progetto hanno ottenuto il permesso dal presidente della municipalità di Beirut, Abdel-Monhem Ariss, di erigere una statua di Maria in uno spazio nella piazza antistante il Museo Nazionale del Libano. Il monumento potrebbe anche dare il nome alla piazza stessa, che in realtà è un incrocio fra due direttrici di fronte al Museo. Essa riprodurrà “le fattezze stilizzate della Vergine Maria, circondata dalla luna crescente”, il simbolo per eccellenza del mondo islamico.

    In occasione della festa dell’Annunciazione, domani è in programma una cerimonia religiosa alla cappella del Collegio di Nostra Signora di Jamhour, nel corso della quale “cristiani e musulmani pregheranno insieme la Vergine Maria”. Sono previste preghiere, canti, recita dei salmi, musiche religiose, testimonianze, letture di testi, filmati audio e video. Fra le personalità che interverranno alla cerimonia vi sono lo sceicco Amr Khaled, uno dei più importanti predicatori del mondo arabo, e mons. Salim Ghazal, presidente della Commissione episcopale per il dialogo islamo-cristiano dell’Assemblea dei patriarchi e dei vescovi maroniti. Gli organizzatori della manifestazione, conclude il quotidiano libanese, auspicano che “la loro iniziativa faccia scuola e dei contatti sono già stati avviati perché, il prossimo 25 marzo, simili cerimonie siano organizzate in altri sei Paesi: Egitto, Marocco, Giordania, Polonia, Italia e Francia”. 

    March 16

    Scrivilo su una stella

    Scrivilo su una stella

    Ascolta il respiro del cuore,
    è la vita che ti cerca.
    E' l'amore che sussurra
    una strada nuova.
    E' desiderio d'infinito.

    Non è tuo il tempo
    che ti è dato.
    I giorni sono petali d'un fiore
    che vuol toccare il cielo.

    Non è tuo l'amore
    che vibra nell'anima.
    E' tutto per essere donato.

    Non è tuo l'infinito
    che ti abita.
    Scrivilo su una stella
    e tutti lo potranno vedere.


    (Adalgisa Zanotto, 8 marzo 2009)